fbpx
Dark Light

Vocazione, genio, indiscutibile abilità, estro creativo: Jacopo Cardillo, in arte Jago, è l’artista poliedrico che alcuni definiscono “il nuovo Michelangelo”. E non è difficile capire il perché guardando le sue opere, in cui il marmo sembra vivo e morbido come il burro. Mani che afferrano la carne, corpi che cedono sotto la pressione dei polpastrelli, volti espressivi scolpiti secondo i canoni di una e vera propria scultura iperrealistica: la delicatezza e la naturalezza delle opere di Jago è straordinaria, senza tempo.

Lo scultore 36enne ciociaro divenuto celebre anche grazie all’utilizzo del web, ama giocare con il fisico umano e con la proprietà fisica della materia, andando oltre le regole canoniche della rappresentazione classica per restituire un’arte dalla risonanza antica ma, allo stesso tempo, dalla valenza modernissima e senza confini. Un connubio originale che si riflette nella cultura attuale e richiama l’attenzione da un pubblico molto più vasto. L’intero lavoro di Jago, ha infatti tra gli elementi portanti un approccio innovativo e sentimentale, e una profonda conoscenza delle tecniche ereditate dai maestri del Rinascimento, che si compenetrano in un rapporto dialettico ”per raccontare le storie della nostra contemporaneità”.

Il figlio velato, Jago (2019)

Questo aspetto è particolarmente evidente in “Habemus Hominem”, la scultura dedicata a Papa Bendetto XVI e, soprattutto, nella sua ultima opera marmorea dedicata al tema della “Pietà” installata dallo scorso 1 ottobre alla Basilica di Santa Maria in Montesanto a Roma. Una Pietà, la sua, che non è la riproposizione del celebre episodio biblico, ma che vuole piuttosto essere ”una sorta di rielaborazione in chiave moderna di un momento di raccoglimento e di dolore, in cui l’umanità si è identificata per secoli”.

Habemus Hominem, Jago (2010)

Concepita a New York nel 2020, come documentano i bozzetti preparatori risalenti al periodo del primo lockdown globale, e portata a termine dopo 16 mesi di intenso lavoro, l’opera conserva un messaggio forte e straziante che invita il fruitore ad una nuova lettura dell’iconografia originale della Vergine, ponendo al centro della scena il tema dell’amore paterno. Composto in un impianto piramidale come quello di Michelangelo, il gruppo scultoreo racconta la foto di un padre che raccoglie da terra il proprio figlio esanime, sopraffatto dalla sofferenza e dalla disperazione, sottolineata dall’acuta espressività del viso e delle mani.

La pena del padre esorta a una lettura che rimane tuttavia aperta alle più diverse interpretazioni. Nel volto stesso del padre è possibile rinvenire delle somiglianze con l’artista, lasciando correre l’immaginazione verso mille altri possibili richiami che Jago ha propositamente voluto lasciar trapelare.

Con la versione moderna della Pietà, lo scultore partenopeo (come tutte le sue opere precedenti d’altro canto) intende dunque stimolare gli spettatori a una riflessione più approfondita, invitandoli a una pratica contemplativa: l’arte di Jago non va solo guardata, ma va letta, come un testo.

L’attenzione per la “Pietà” di Jago nasce ben prima dell’installazione nella Chiesa degli Artisti a Roma; già dalla prima fase di manipolazione del marmo, una numerosa folla di persone ha osservato incuriosita il lavoro dell’artista di Frosinone nel suo studio di Sant’Aspreno ai Crociferi, sempre aperto ai visitatori. Dello stesso avviso è il rettore della Basilica Santa Maria in Montesanto, il Monsignor Walter Insero che, presentando l’installazione, ha dichiarato: “Mi colpì da subito, appena vidi il modellino in argilla, il volto di dolore inconsolabile del padre che trattiene sulle gambe il corpo esanime del figlio. Un figlio prematuramente strappato alla vita. Uno sguardo che esprime il suo tormento nell’impotenza e nell’incapacità di accettare un destino così crudele. Una smorfia di disperazione dinanzi a un evento innaturale, ma con contegno carico di dignità”.

Curata dallo storico dell’arte Tommaso Zijno e organizzata in partnership con Studio Arte 15 di Simona Cresci e Federica Romano, FERCAM Fine Art con Chiara Prisco e Daria Licata, P.L. Ferrari & Co. con Massimo Maggio e Anna Maria Amato, l’esposizione fa parte del progetto “Una porta verso l’infinito” – l’uomo e l’Assoluto nell’arte, all’interno del ciclo Arte e Liturgia, promosso dal Rettore Monsignor Walter Insero.

“La Pietà” di Jago sarà esposta e fruibile al pubblico all’interno della Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo fino al 28 febbraio 2022, dal lunedì alla domenica, dalle ore 13 alle ore 19 (ingresso gratuito).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *





Iscriviti alla Newsletter Artness
ISCRIVITI




Related Posts