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Contrariamente a Rousseau, Ligabue è un veggente. Un medium, nella piena accezione del termine. Questo è un dono e, come tale, non è trasmissibile. Per di più è uno stato che non si può né apprendere né imitare. O si ha o non si ha. O lo si possiede – ma a quale prezzo! – o se ne è posseduti, ecco tutto. Ligabue fu un “posseduto”.
Anatole Jakovsky, 1962

Antonio Ligabue è uno dei più grandi artisti che il Novecento abbia mai conosciuto. Tutta la sua intera vita è stata caratterizzata da gravi disagi psico-fisici e continui malesseri, che riuscì a placare con la forza del suo lavoro. Nel 1919 viene esiliato a Guastalla in provincia di Reggio Emilia, vive di stenti tra le rive del Po e i boschi, vende per poche lire i suoi disegni e le piccole sculture di argilla, quale unico sostentamento economico.

Nel 1928 incontra Renato Marino Mazzacurati che lo avvia all’uso dei colori a olio e alla pittura su tela, lo scultore descrisse così l’artista: “Quando dipingeva animali feroci, ne assumeva gli atteggiamenti si identificava in loro, ruggiva come il leone, la tigre, il leopardo quando azzannano la preda imitandoli con una stupefacente conoscenza della anatomia, della forza, degli istinti”.

L’autodidatta Antonio, con slancio impressionista e con lo stupore di un bambino scoprì i segreti della materia, in modo quasi ossessivo dipingeva a tinte smaglianti e con pennellata convulsa: autoritratti, tigri, cervi, lepri, galli, leopardi, leoni immersi nella natura selvaggia che ingaggiano una lotta per la sopravvivenza. La pittura consentiva a Ligabue di rifugiarsi in un mondo interiore, estraniandosi così dal suo disagio esistenziale e dalla meneomata deformazione fisica. L’arte è il suo racconto personale, il diario del disagio mentale, il grido feroce della sofferenza e sul finire dei suoi anni anche il “riscatto sociale”.

Trascorreva le giornate lungo gli argini del Po simulando il verso degli animali, si sentiva uno di loro, voleva essere uno di loro, in una visionaria ricerca identitaria. Grazie alla sua genialità artistica ogni soggetto si trasforma, acquisendo nuovi significati simbolici, l’artista si sentiva più simile agli animali quali compagni di vita, si immedesimava in loro, comprendendone la natura selvaggia, un transfer dell’inconscio, una forma di metamorfosi più o meno consapevole.

La violenza simbolica e la profonda passionalità che si identifica nel suo atto artistico è l’estrinsecazione della sofferenza fisica e mentale. Nel 1937 Ligabue viene ricoverato per atti di autolesionismo, incomincia la via crucis nei manicomi per ‘psicosi maniaco-depressiva’, nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali riesce a farlo uscire dall’ospedale e lo ospita a casa sua. Dipingeva anche durante i ricoveri in manicomio, sotto gli occhi curiosi dei medici che rilevavano: “…dipinge in modo primitivo, comincia dall’alto con pentimenti e correzioni, sino al margine inferiore…”.

Leggi l’articolo completo su La settimana di Pandolfini, il blog ufficiale di Pandolfini Casa d’Aste.

Immagine in evidenza
“Cervo”, Antonio Ligabue (1960 ca.), in vendita nell’asta di Arte Moderna e Contemporanea di Pandolfini Casa d’Aste il 23 novembre 2021
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