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Non è la prima volta che la National Gallery di Londra finisce al centro di polemiche per le sue dubbie attribuzioni. Dopo il clamoroso caso del Salvator Mundi, esposto per la prima volta al pubblico nel 2011 in un’importante rassegna su Leonardo organizzata dall’istituzione britannica, nonostante il dubbio sulla sua effettiva paternità, a sollevare dubbi e criticità adesso è un’opera di Pieter Paul Rubens.

La grande tela raffigurante “Sansone e Dalila” (1609-1610), fiore all’occhiello della collezione permanente della National Gallery, finora attribuito al celebre pittore fiammingo (non senza qualche perplessità), potrebbe non essere autentica. A dichiararlo è l’intelligenza artificiale in una ricerca condotta da Art Recognition – azienda svizzera specializzata nell’ambito delle attribuzioni di opere del passato –, basata sul confronto dell’opera in questione con altri 148 dipinti incontestati di Rubens.

Dalla recente analisi sarebbe emerso che il capolavoro rubensiano ispirato ad un episodio biblico, oggi custodito alla National Gallery, altro non è che una copia dell’opera originale. Almeno fino al 91%: questa è la percentuale di falsità dell’opera secondo l’algoritmo, che ha fatto leva sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale. Per arrivare a stabilire questa sentenza, l’algoritmo ha analizzato la gamma di colori solitamente utilizzata dal pittore cinquecentesco e altre peculiarità tecniche, mettendone ufficialmente in discussione la paternità a Pieter Paul Rubens.

“Quando ho visto questo risultato ero scioccata”, ha dichiarato Carina Popovici, una delle scienziate che hanno conseguito lo studio per conto di Art Recognition. “Abbiamo ripetuto gli esperimenti per essere davvero sicuri che non stavamo facendo un errore e il risultato è sempre stato lo stesso. Ogni singolo quadrato del dipinto è uscito come falso, con più del 90% di probabilità”.

L’analisi darebbe dunque credito a quegli studiosi che sostengono l’inautenticità dell’opera fin dalla sua acquisizione, da quando il museo londinese l’acquistò quarant’anni fa, nel 1980, per la cifra record di 2,5 milioni di sterline (allora la terza opera d’arte più cara mai venduta).

In attesa di nuovi riscontri e di un feedback da parte dell’istituzione londinese, resta evidente come il legame tra intelligenza artificiale e il settore dell’arte diventi ogni giorno più forte e proficuo, capace di sondare tutti quegli universi finora soltanto immaginati. Un aspetto questo che solleva interrogativi e perplessità soprattutto di natura etica: se da un lato è vero che l’IA rappresenta un costante punto di riferimento e un valido supporto per la ricerca, dall’altro priva sempre più di ogni soggettività umana, dal momento che è capace di stabilire in maniera sempre più accurata e distaccata l’eventuale originalità dei dipinti custoditi nelle più importanti collezioni d’arte sparse in tutto il mondo. Cosa dobbiamo aspettarci dalla tecnologia del futuro?

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