San Francesco d’Assisi, tra iconografia e leggenda: un viaggio nella vita del Santo e nelle fonti francescane che ne hanno plasmato l’immagine

Francesco d’Assisi è un personaggio complesso ed affascinante; un vero figlio della sua epoca, ma al tempo stesso una personalità universale, che con il passare dei secoli non ha perso nulla del suo carisma: il suo richiamo a vivere il Vangelo “sine glossa”, cioè alla lettera, senza annacquarne la portata rivoluzionaria, non cessa di attirare le persone più diverse, e il suo ecologismo ante litteram, che invita al rispetto e alla custodia attenta e partecipe del Creato, è più che mai attuale. Ne è una prova, tra le altre, l’Enciclica “ecologista” di papa Francesco del 24 maggio 2015, che già nel titolo “Laudato sii – la cura della casa comune” riprende il celebre incipit del Cantico delle Creature, composto dal Santo nel 1224.

Francesco nasce ad Assisi nel 1181 (o 1182 secondo alcuni studiosi), in una famiglia di mercanti: persone non nobili, ma molto facoltose. Il padre, che aveva avviato una fiorente attività di produzione e commercio di stoffe, riponeva nel figlio grandi speranze di innalzamento sociale, e lo stesso Francesco desiderava ardentemente divenire cavaliere, e praticare quelle virtù aristocratiche della cortesia e della signorile raffinatezza, che vedeva nei suoi amici, molti dei quali appartenevano al ceto patrizio.

Non abbiamo molte notizie della sua infanzia e adolescenza prima della conversione; fra Tomaso da Celano (1190 – 1265), il colto amico di Francesco che ricevette da papa Gregorio IX l’incarico di redigerne la biografia in occasione della canonizzazione, avvenuta nel 1228 (appena due anni dopo la morte del Santo). Di fatto, inizia il suo racconto dal momento in cui il giovane decide di allontanarsi dalla casa paterna; tutto quel che è accaduto in precedenza, viene lasciato piuttosto in ombra.

Dopo aver deciso di abbandonare la sua famiglia di origine, e di vivere in povertà, contro la volontà del padre, che tuttavia si deve arrendere di fronte alla ferrea volontà del figlio, Francesco riceve una vera e propria chiamata da Dio. Narra, infatti, Tomaso da Celano che mentre il giovane era raccolto in preghiera nella chiesetta di San Damiano, vicino ad Assisi, udì il Crocifisso che gli parlava dicendo: “Non vedi che la mia casa va in rovina? Và dunque, e riparala!”. Francesco ritenne di aver ricevuto un mandato, diciamo così, “tecnico”, e si mise d’attorno a cercare il materiale per restaurare il piccolo edificio. Più avanti capirà invece che la missione vera era quella di rinnovare la Chiesa come istituzione.

La data della conversione è il 1205, e da qui in avanti la vita di Francesco non sarà più la stessa. Sebbene già da qualche tempo avesse abbandonato gli agi della casa paterna, e le liete brigate di coetanei scapestrati con i quali aveva trascorso la sua prima giovinezza, d’ora in avanti si dedicherà a poveri e lebbrosi, condividendo la loro sorte di reietti e vivendo nella più assoluta povertà.

Dopo questo radicale cambio di vita, molti giovani si uniscono a lui: fino ad allora erano stati i suoi compagni nelle scorribande e nelle avventure di stampo cavalleresco; ora lo seguono nella nuova via del ritorno al Vangelo, convinti dalle sue parole accorate ed appassionate, e dal suo esempio trascinante.

“Eloquentissimo, ilare nel volto e di aspetto benigno; non pigro, non altezzoso. Era di statura mediocre, accostantesi al piccolo; aveva testa regolare e rotonda, viso un po’ lungo e sporgente, piccola e piana la fronte, di giusta grandezza gli occhi, neri e pieni di semplicità. Capelli neri, sopracciglia diritte, naso regolare, sottile e diritto, orecchie staccate ma piccole, tempie piane; lingua insinuante, ardente e acuta, voce vibrante, dolce, limpida e sonora. Uniti i denti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo fine, spalle diritte; braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie snelle, piedi piccoli, pelle delicata .“ (Tomaso da Celano,Vita prima S. Francisci Assisiensis” , 1228)

E’ sempre Tomaso da Celano a consegnarci questa dettagliata descrizione dei tratti umani del Santo. Leggendola, restiamo particolarmente colpiti dal quella “voce vibrante, dolce, limpida e sonora” che sappiamo essere stata una sua caratteristica peculiare, amata da tutti coloro che avevano avuto la possibilità di ascoltarlo; tant’è vero che il primo aggettivo impiegato dal biografo per iniziare la descrizione fisica di Francesco, è quell’ “eloquentissimo”, che rimanda, appunto, ad una innata capacità oratoria. Francesco predicava utilizzando la lingua volgare, non il latino dei dotti; e si aiutava con i gesti e talvolta persino col canto, creando un profondo coinvolgimento con gli ascoltatori.

Gli elementi del suo aspetto fisico rimandano tutti ad una corporatura minuta, “accostantesi al piccolo”: ma quegli “occhi neri, pieni di semplicità” tratteggiano una personalità intensa e carismatica, in grado di appassionare ed affascinare.

Pala Bardi, 1250-57. Firenze, Basilica di S. Croce

Sono molteplici i “ritratti” di Francesco che la storia dell’arte ci ha tramandato nel corso dei secoli: una antologia iconografica ricchissima di esempi, che copre un vastissimo arco temporale, dalla metà del ‘200, appena dopo la morte del Santo (avvenuta nel 1226), fino ad arrivare ai nostri giorni. La variegata abbondanza di opere attesta senza ombra di dubbio l’attualità sempre rinnovata del messaggio francescano, e la sua universalità.

Le prime testimonianze iconografiche consistono in grandi tavole cuspidate, dipinte a tempera, nelle quali il Santo è raffigurato al centro, in piedi, attorniato da storie della sua vita o da miracoli.

Tra queste, la Pala Bardi, databile intorno tra il 1250 e il 1257, che si trova nell’omonima cappella nella Basilica di Santa Croce a Firenze: la pala presenta una particolare ricchezza descrittiva, e il maggior numero di episodi, ben venti.

Non si tratta però della più antica rappresentazione di Francesco; questo primato viene generalmente attribuito alla tavola di Bonaventura Berlinghieri custodita nella chiesa di San Francesco a Pescia (PT), datata al 1235.

Bonaventura Berlinghieri, Tavola con San Francesco, 1235. Pescia, Chiesa di S. Francesco

È di pochi anni successiva l’altra pala, sempre cuspidata, che si trova nel Museo di San Matteo a Pisa, rappresentante San Francesco e sei miracoli (1255), opera di Giunta Pisano.

Queste tre testimonianze ci presentano un Francesco scalzo, vestito del saio, con il cappuccio sollevato ad incorniciare il capo, e barbuto; quella “barba nera e rada” di cui parla Tomaso da Celano, è il tratto iconografico distintivo del Francesco adulto; egli ne è sempre provvisto, così come è tipica la rappresentazione del suo volto scarno ed emaciato, che rimanda alla vita estremamente austera e penitente condotta dal Santo.

Il saio, la tonaca in stoffa grezza, tagliata a forma di croce, che diverrà la “divisa” dei frati francescani, è stretto in vita dal cingolo a tre nodi (che alludono ai tre voti di castità, povertà e obbedienza); ma la corda ha anche il compito di evocare la fune che lega i briganti catturati. La simbologia è chiara: come i briganti sono sottratti alla loro vita disonesta dall’arresto, così i frati sono sottratti al peccato e “catturati” da Cristo, secondo la definizione di S. Paolo nella Lettera a Filemone (Fil 1,1): “Sono prigioniero di Cristo”.

Giunta Pisano, San Francesco e sei miracoli, 1235. Pisa, Museo Nazionale di San Matteo

In tutte e tre le tavole, inoltre, Francesco tiene in mano un pesante volume preziosamente rilegato. Non si tratta di una contraddizione, né di un venir meno al voto di povertà, ma di un modo per significare la grande importanza che quel testo riveste, e la cura riverente con la quale viene custodito.

Nella Pala Bardi, sulla rilegatura è ben visibile una croce: si tratta quindi del libro dei Vangeli. Mentre nelle altre due tavole, di Bonaventura Berlinghieri e di Giunta Pisano, la rilegatura più semplice e senza insegne fa pensare che si tratti della “Regola” di vita dei frati, che Francesco dovrà scrivere e riscrivere più volte, prima di ottenere la sospirata approvazione papale. Non deve stupire la presenza del Vangelo tra le mani del Santo, perché da principio quel testo doveva essere secondo lui l’unica “Regola” dei suoi frati, e non era necessario scriverne altre.

Col passare del tempo, invece, Francesco fu “costretto” a redigere una formulazione scritta della “Regola”, così come richiesto dall’autorità ecclesiastica per poterla approvare: si passerà quindi da Papa Innocenzo III, che nel 1210 darà un’approvazione solo verbale al progetto di vita che il Poverello gli presenta, a Papa Onorio III che nel 1223 ratificherà ufficialmente quella che da lì in avanti viene identificata come “Regola bollata”, munita cioè dei bolli papali.

Il piccolo gruppo di tavole fin qui esaminato, spicca anche per un altro aspetto rilevante: le scene della vita del Santo e dei suoi miracoli, alcuni dei quali post mortem, sono ispirate alle più antiche testimonianze relative alla vita di Francesco. In particolare, alle opere del già citato Tomaso da Celano, autore della “Vita prima”, della “Vita seconda” e del “Trattato dei miracoli”.

Questi tre scritti, fondamentali perché redatti da un testimone oculare dei fatti narrati, furono successivamente epurati da San Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), dal 1257 generale dell’ordine francescano. Egli sentì infatti la responsabilità di comporre le crescenti e pericolose contese che andavano sorgendo tra i frati sul valore da attribuire all’intransigente lascito di Francesco e alla sua Regola così severa: decise quindi di scrivere una “Legenda” (la parola latina ha il significato di “cosa che deve essere letta”, e non ha alcuna relazione con l’italiano corrente, che identifica “leggenda” come un sinonimo di “racconto fantastico”), e di accreditarla come l’unica biografia ufficiale. Dal 1266 in avanti, infatti, le varie edizioni degli scritti di Tomaso da Celano scomparvero letteralmente dalla scena. Della “Vita prima” si ritrovò un esemplare solo nel 1768, la “Vita seconda” fu recuperata addirittura nel 1802, e il “Trattato dei miracoli” fu rinvenuto nel 1899.

La “Legenda” di San Bonaventura, nota con il nome di “Legenda maior”, restò quindi per secoli l’unico testo a cui far riferimento, e la sola fonte a cui i pittori potessero attingere per narrare per immagini la vita di Francesco. Questo spiega perché le rappresentazioni iconografiche ispirate ai testi di Tomaso da Celano rivestono una particolare importanza, perché ci mostrano il Francesco delle origini, più “rivoluzionario” e controverso rispetto all’immagine epurata e più “ortodossa” che ne dà la “Legenda maior”.

Dato il numero davvero esiguo delle tavole francescane antecedenti il fatidico 1266 che ci sono pervenute, è lecito supporre che anche le varie pale d’altare e opere pittoriche, siano state distrutte insieme ai testi di Tomaso da Celano, per garantire l’uniformità della tradizione legata alla biografia di San Bonaventura.

La Pala Bardi, la tavola di Bonaventura Berlinghieri e quella di Giunta Pisano, sono quindi dei preziosi testimoni, superstiti di una sorta di tsunami culturale che ha cancellato chissà quante altre opere. Il racconto che loro ci fanno di Francesco e della sua vita è quindi particolarmente significativo ed intrigante; ma di questo parleremo meglio un’altra volta.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Tomaso da Celano, Vita prima Francisci assisiensis, 1228, in Vita Prima di san Francesco d’Assisi: di Tommaso da Celano (ofsliguria.it)
Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Milano, Mondadori, 1989
Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco di Assisi, Torino, Einaudi, 1995

In anteprima:

San Francesco d’Assisi, Luca Giordano, XVII secolo



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