C’è un delicato equilibrio tra la vita nel mondo digitale e quella nel mondo fisico, ma la tecnologia non annulla o svaluta la nostra esistenza corporea

Gli esseri umani del XXI secolo stanno acqui­sendo, in virtù della rivoluzione tecnologica in corso, la capacità di muoversi e di agire contemporanea­mente nei molteplici ambienti di un mondo digital­mente integrato e, addirittura, attraverso più mo­menti temporali. Lo fanno permettendosi il lusso di lasciare a riposo la propria struttura corporea e di ignorare – almeno, in parte – il carattere transitorio dell’esistenza. Lo scienziato Michio Kaku immagina come pro­babile destino futuro dell’intera umanità quello di di­ventare una specie multiplanetaria in grado di vivere fra le stelle.

La rivoluzione digitale – nel frattempo – ci permette di plasmare una società («solo») planeta­ria, occupando però una moltitudine di spazi, luoghi, ambienti e tempi uniformati, il più delle volte senza la seccatura di varcare la porta di casa. Come inter­pretare da un punto di vista antropologico-filosofico questo tipo di capacità acquisita? […] Come cambia di per sé la nostra corporeità? È davvero profetica la battuta che Sandra Bullock recita nel film The Net. Intrappo­lata nella rete del 1995: «Nessuno esce più di casa, nessuno fa sesso: la rete è il profilattico del 2000»?

Una lettura interpretativa frettolosa offre un’im­mediata risposta di retroguardia, dando ragione all’at­trice statunitense. È tutt’oggi frequente la rimarcata contrapposizione tra l’abilità più o meno acquisita di vivere concretamente in un mondo analogico-digitale e il suo contemporaneo rifiuto categorico, almeno a parole. […] Da una parte, ci sarebbe il reale do­tato di autenticità perché immediatamente tangibile e, dall’altra, il virtuale intento a violarne le regole, a smaterializzarlo all’interno di una dimensione inau­tentica, portatrice di alienazione, controllo e disagio tra gli esseri umani. Con la consueta fine dell’uma­nità dietro l’angolo.

Mi viene in mente, a proposito, il libro di Pamela Paul, 100 cose che abbiamo perso per colpa di internet (2022): nel celebrare nostalgi­camente il bel tempo che fu, ricorda in maniera del tutto arbitraria la supposta gentilezza di un’uma­nità pre-digitale, smarrita probabilmente nella navi­gazione tra un sito web e l’altro. Ancora, meritano menzione le reazioni pubbliche colme di giubilo da­vanti a qualsivoglia iniziativa impegnata a vietare l’uso dello smartphone, per esempio durante un concerto dal vivo (Bob Dylan docet) o durante le lezioni sco­lastiche (come è avvenuto in un liceo di Bologna).

Reazioni pubbliche entusiastiche manifestate, gene­ralmente, sui social media proprio tramite il tanto vituperato smartphone. È, d’altronde, innegabile che il movimento degli esseri umani attraverso gli schermi alluda a primo acchito a una sorta di passaggio dal corpo biologico alla sua immagine digitale, da una dimensione materiale a una – solo in apparenza – immateriale. Il singolo corpo fisico è posizionato in maniera passiva davanti agli schermi dei computer e dei mobile devices, i quali sembrano tracciare nitidi confini. Le dita delle mani, motore di innesco o di arresto della vita online, producono – ogniqualvolta pigiano sulle tastiere dei computer e sfiorano gli schermi dei mobile devices – un’azione che sposta le svariate forme di socialità in spazi lontani dalla posi­zione del corpo stesso, simulato tramite il computer. […]

Questo è un tema che diventa ricorrente durante la rivoluzione digitale: lo è, soprattutto, in riferimento al drammatico problema degli hikikomori o di chi, semplicemente, pensa di essere insieme agli altri pur stando sempre da solo davanti a uno schermo. […] L’autonomia diviene automazione, il libero ar­bitrio è sostituito dalla predeterminazione artificiale, la realtà muta in informazione, la creatività spirituale si riduce ad asettico meccanicismo. Gli algoritmi, le applicazioni e i programmi di intelligenza artificiale, di cui facciamo quotidiano uso, corrispondono – se­condo una tale prospettiva – soltanto a divoratori fa­melici e ingordi di dati umani; la loro sazietà coincide con la definitiva cancellazione della nostra indipen­denza, con l’eliminazione di ogni modalità compor­tamentale non inquadrabile da un punto di vista ra­zionale e, quindi, con la duplicazione e la sostituzione artificiale della specie umana. […]

Ma è proprio vero che il progresso tecnologico […] determina una svalutazione del corpo biodegradabile e rende la realtà analogica uno «scarto esponenziale», il cui destino ultimo è occupare un posto nei «bi­doni della spazzatura della storia», come ripete Bau­drillard? […] A mio modo di vedere, la possibi­lità di un concreto distacco dell’agire del cittadino digitale dal luogo e dal tempo in cui è sito il suo corpo non necessariamente comporta il ridimensiona­mento o la svalutazione della sua struttura organica. Anzi. È un pregiudizio credere che il movimento ge­nerato dalle dita delle mani sugli schermi lisci degli smartphone ponga necessariamente l’intero corpo or­ganico in stand-by.

Lo abbiamo sperimentato durante la pandemia da Covid-19 e la frequentazione dei vari luoghi online a distanza (scuola, ospedale, cimitero, ecc.). La presenza digitale non è equiparabile banal­mente alla duplicazione robotica dell’essere umano, alla sua riproduzione virtuale o – detto ancora me­glio – alla rappresentazione multipla di una singo­larità psicofisica intesa come unica e limitata. Gli schermi, a loro volta, non sono soltanto mere finestre o semplici porte che, favorendo il passaggio da una dimensione all’altra e viceversa, generano l’allontana­mento della rappresentazione virtuale dal rappresen­tato reale. Questi sono, semmai, gli effetti collaterali principali di un uso patologico della presenza digitale e degli schermi, un uso che va combattuto con le armi dell’educazione, della responsabilità e della co­noscenza.

Continua a leggere l’articolo su L’Indiscreto.



Artness
Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!

Rimani aggiornato con le tendenze del mercato dell’arte italiano e internazionale

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts




Artness è un progetto di Thetis SRL
Ufficio operativo: Via Oliveti, 110 Centro Direzionale Olidor 54100 Massa (MS) Tel. +39 0585 091214 P.IVA 01020100457
Sede commerciale: Via Mengoni, 4 20121 Milano (MI) Tel. +39 02 40741330
E-mail: info@artness.it


Privacy Policy | Cookie Policy

Iscriviti alla Newsletter Artness

✓ Notizie sul mercato dell’arte
✓ Aste più importanti in Italia e all’Estero
✓ Eventi, mostre e curiosità
 

ISCRIVITI