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Soprattutto negli Stati Uniti, le mostre di arte contemporanea attraggono più delle altre e stanno progressivamente relegando ai margini l’arte del passato, con importanti conseguenze per il mondo dell’arte

Per gli americani che amano l’arte di Hans Holbein, Édouard Manet, Georges Braque e Paul Klee, si prospettano tempi bui. Erano tutti brillanti artisti, ma nessuno di loro ha un nome famigliare come quello di Claude Monet o di Pablo Picasso. Dopo anni di declino dell’educazione alle arti, solo gli artisti più celebri sono riconosciuti dal grande pubblico, e sono ormai gli unici in grado di attrarre il grande pubblico nei musei. Questo, però, è un problema per gli artisti del passato.

Gli effetti sono già ben visibili. In generale gli ingressi ai musei negli Stati Uniti sembrano non subire cali. Negli ultimi tre anni, i 242 musei affiliati all’Associazione dei direttori dei musei d’arte hanno attirato ogni anno oltre 60 milioni di visitatori. I sondaggi condotti dalla National Endowment for the Arts indicano che, nel 2015, il 19 per cento degli adulti ha visitato una mostra d’arte in un museo o in una galleria.

Poi però c’è quest’altro dato, più preciso: tra il 2007 e il 2015, quasi la metà delle mostre presso i maggiori musei degli Stati Uniti sono state dedicate a opere d’arte prodotte dopo il 1970 – lo mette nero su bianco The Art Newspaper, che ogni anno classifica i temi e la partecipazione alle esposizioni più importanti. E sono le esposizioni, non le collezioni permanenti, che attirano la maggior parte dei visitatori dei musei.

“Appena 20 anni fa”, dice il documento: “l’impressionismo è stato il re; nessuna mostra contemporanea è entrata tra le prime dieci esposizioni più visitate nei musei statunitensi […]. All’epoca, solo il 20 per cento circa delle mostre organizzate dalle istituzioni statunitensi era dedicato all’arte del loro tempo”. L’anno scorso, invece, sette delle prime dieci riguardavano l’arte contemporanea, sempre secondo le stime del giornale, che stilando la classifica misura la frequenza media giornaliera piuttosto che quella totale. Si utilizzano cifre lorde rispetto alle presenze: quattro delle prime dieci mostre erano contemporanee; quattro erano di arte moderna e solo due erano precedenti al ventesimo secolo.

La ricerca, condotta in collaborazione con il Centro Nazionale per la Ricerca delle Arti della Southern Methodist University di Dallas, è giunta a una conclusione chiara: i musei che organizzano mostre d’arte contemporanea attraggono più persone rispetto a quelli che presentano una programmazione “equilibrata” che include anche mostre di arte storica.

Questo, come mi ha detto un mercante d’arte, è come se stessimo rinunciando a Mozart. O lo sarebbe, se Mozart venisse scartato in favore di Du Yun o Henry Threadgill – i due vincitori più recenti del Premio Pulitzer per la musica. Ma non è così. All’opera spadroneggiano ancora Mozart, Verdi e Puccini, mentre i lavori di compositori viventi sono difficili da vendere. Le compagnie di ballo vendono spettacoli come Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni di Tchaikovsky, ma chiedono al pubblico di partecipare a programmi di danza contemporanea. Le sale sinfoniche degli Stati Uniti diventano affollate quando le opere di classici come Beethoven fanno parte del programma, ma rimangono semivuote quando a suonare è la musica classica contemporanea.

Leggi l’articolo completo su L’Indiscreto, la rivista culturale di Galleria Pananti Casa d’Aste.

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