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Le intelligenze artificiali sono un pericolo per l’arte? Rischiano di sostituirsi all’artista e, soprattutto, sono esse stesse artisti o semplici strumenti? Il dibattito sembra nuovo, ma viene da lontano

È ormai un cliché dire che la nascita delle tecnologie TTI (text-to-image) che permette la creazione di immagini attraverso comandi testuali sia una rivoluzione tecnologica pari a quella della fotografia – l’ho ripetuto spesso anch’io, in recenti articoli sugli aspetti filosofici ed estetici di questi strumenti. La reazione del mondo dell’arte davanti a questa novità è stata anch’essa prevedibile: entusiasmo da un lato e rifiuto dall’altro. Di recente un fumettista che stimo, Lorenzo Ceccotti, ha scritto un lungo testo in cui dà voce a dubbi e critiche piuttosto diffusi sia qua che all’estero, contro i quali si schierano altrettanti “entusiasti” dei TTI di cui faccio parte, sebbene non voglia ignorarne le evidenti criticità. Abituato a letture filosofiche so bene che si può trovare un testo proficuo e interessante anche se non si condivide molte delle tesi di fondo; i temi affrontati da Ceccotti sono importanti e valgono la lettura, ma voglio argomentare le ragioni del mio accordo e disaccordo, considerato che le tesi sostenute dal fumettista si ritrovano spesso anche altrove.

“Fa tutto il computer”

Ceccotti sembra dividere la produzione di arte visiva principalmente in due prassi. La prima (la conceptual visual art) «è una forma di speculazione puramente visiva, che prende ispirazione da un brief per sviluppare un concetto visivo originale: permette ad altri di visualizzare le immagini vicine a quelle nella mente dell’artista, non le parole del brief». L’autore pare suggerire che la creazione coincida con la rappresentazione fedele di un’immagine mentale, una specie di “sbobinamento visivo dell’immaginazione”.

«Ispirato dall’opportunità, ho questa visione di un luogo incredibile, che ha tutta una serie di caratteristiche estremamente specifiche, caratteristiche che sono il mio obiettivo figurativo visto che mi creano tutta una serie di reazioni emotive molto forti e che mi sembrano nella direzione utile. Ora si tratta di riversare questa immagine unica su un supporto visivo. Quando mi siedo al tavolo da disegno o al computer, la sfida è proprio di cercare di visualizzare l’ineffabile, quell’immagine lì e nessun altra».

Douggy Pledger, Midjourney

Mettiamo tra parentesi il fatto che come dimostra la letteratura anche le semplici parole evocano immagini, perché qui si parla di conceptual visual art, e concentriamoci piuttosto sul perché secondo l’autore questo lavoro è impossibile con una TTI. In un esempio Ceccotti propone dei tentativi di ottenere la Gioconda con le TTI e mostra come i risultati siano deludenti; la cosa però non stupisce perché – al netto che con Leonardo delude anche il miglior umano – le TTI non estraggono immagini dalla mente. Per essere precisi nessuno strumento o persona può farlo, tranne forse una futura tecnologia che proietta le immagini direttamente dal cervello, che oltretutto si scontrerebbe col fatto che la mente non contiene immagini, ma concetti che hanno aspetti visivi, linguistici e puramente cognitivi mescolati in ineffabili sinestesie. A leggere Ceccotti sembra che il motivo per cui sotto questo aspetto le TTI sono inefficaci risiede nel fatto che non assolvono a un compito impossibile o lo approssimano male, ma come giudizio, oltre che squisitamente soggettivo, mi sembra un po’ precipitoso e al momento lo metterei da parte.

Altrove però Ceccotti sembra proporre una visione diversa e più condivisibile, dove sostiene che il piano formale è inseparabile da quello concettuale («Non esiste una separazione possibile fra forma e contenuto», «la forma è il significato dell’opera e non ha niente a che vedere con l’idea dell’autore»). Anche in questo caso però non è ben chiaro perché le TTI impedirebbero la fase formale di chi le usa. Forse perché non c’è una componente manuale? Questo escluderebbe anche la fotografia e la computer graphics, oltre che l’arte concettuale, pur citata nel testo. Di fatto sembra che la differenza sostanziale consista nell’interfaccia testuale, ma mi chiedo dove risieda lo scandalo se consideriamo il ben più semplice pulsante per scattare una fotografia o le interfacce grafiche (e testuali) degli attuali software di grafica.

Leggi l’articolo completo su L’Indiscreto, la rivista ufficiale di Galleria Pananti Casa d’Aste.

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