fbpx

Il mondo fantastico, pieno di rimandi e simbolismi, dell’ultimo film del genio giapponese è caotico, ma per amarlo basta chiedersi “e io, come vivrò?”

In una sua postfazione a “Il nome della rosa”, Umberto Eco diceva che il narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti si perderebbe il senso dell’opera stessa, che è una “macchina per generare interpretazioni”. Eco aggiunge che il primo ostacolo arriva proprio con il titolo, che già di per sé fornisce inevitabilmente una chiave di lettura.

Questa osservazione torna di attualità nel caso dell’ultimo film di Hayao Miyazaki per lo Studio Ghibli, intitolato “Il ragazzo e l’airone” in Italia (“The boy and the heron” è il titolo internazionale) ma Kimi-tachi wa dō ikiru ka in patria, che ha un significato nonché un contesto ben diverso: E voi, come vivrete?, come recitava il titolo di un libro di Genzaburō Yoshino, assai popolare tra i giovani giapponesi in età scolastica e da poco pubblicato anche in Italia, presente nel film (quantomeno in un suo simulacro) ma a cui il film è solo vagamente ispirato (più netto è in realtà il legame con Il libro delle cose perdute di John Connolly), se non per il dettaglio più importante, o meno importante, di tutti: il titolo, e la domanda che esprime.

È una domanda destinata ad allargarsi anche a questioni che vanno al di fuori dello schermo: è stato lo stesso Studio Ghibli, nelle sue direttive, a imporre il nuovo titolo internazionale ai vari team di traduttori, e i motivi della scelta, che sposta nettamente la chiave di lettura, restano misteriosi – come misteriosi risultano per molti spettatori i contenuti e il significato del film.

Limpido è invece il successo commerciale e di critica della pellicola, che ha già conquistato un Golden Globe (non che a Miyazaki paia importare granché, ma è pur sempre un primato per il genere) e ha fatto registrare incassi difficilmente prevedibili qui in Italia, grazie anche all’ottima e coraggiosa campagna promozionale del distributore Lucky Red.

In uscita dalla sala, ai primi di gennaio, si percepiva un’atmosfera mista. Da un lato l’emozione di aver assistito a un capolavoro, a un film denso, potente e destinato a lasciare un’impronta nella memoria, dall’altro la perplessità, il dubbio di non aver afferrato il punto della questione, di essere stati accompagnati – o forse travolti, come in quei film di David Lynch che vanno subiti più che guardati – in un viaggio stupendo ma disorientante, fino ad arrivare al coro di puro smarrimento: “Non ho capito”.

Tra passaparola, social network e critica di settore, in queste prime settimane di analisi sul film quella prima reazione sembra essersi sedimentata in una discussione viva e affascinante, come sempre accade per i film impegnativi: per alcuni Il ragazzo e l’airone è il Miyazaki più ermetico, per altri invece è cristallino. Di sicuro è simbolico, ma come simbolico è ogni film di Miyazaki. Un simbolismo che tuttavia riflette la distinzione fra allegoria e applicabilità tanto cara a Tolkien. Le storie e i personaggi che le abitano sono autonomi, si reggono in piedi da soli (come la torre che rappresenta il richiamo all’avventura per il protagonista Mahito, e il mondo immaginario che contiene) senza bisogno di un supporto allegorico, di “voler dire qualcos’altro”. Quello de Il ragazzo e l’airone è un mondo secondario con le sue regole e le sue storie, e casomai spetterà allo spettatore collegarlo al mondo primario, quello dove viviamo noi, tramite esemplificazione e applicabilità, agganciandosi ai simboli forniti dall’autore. L’allegoria che Tolkien “detestava cordialmente”, e penso che lo stesso si possa dire per Miyazaki, è la stessa pratica sconsigliata da Umberto Eco nella sua postfazione: un’imposizione dell’autore, inutile quando non dannosa, specialmente per le grandi opere che di certo non ne hanno bisogno.

C’è forse un problema di fruizione, di abitudine, alla base della “corsa alla soluzione” che è scattata fra tanti spettatori, come se il film fosse un indovinello da risolvere, e Miyazaki un enigmista sadico – e anche un po’ presuntuoso, perché secondo alcuni l’unica chiave di lettura accettata sarebbe quella biografica. Interpretare un’opera non significa questo, e peraltro, a un primo sguardo oltre la superficie si capirà come Il ragazzo e l’airone non sia nemmeno tra i film più problematici dello Studio Ghibli, da questo punto di vista. I più celebri Il castello errante di Howl o La città incantata, ad esempio, avevano trame più arzigogolate e una simbologia più oscura, radicata nella cultura giapponese al punto da sfuggire agli occidentali.

Se il film è tuttavia risultato ostico anche ad alcuni cultori della materia, dipende probabilmente da altro, da ragioni tecniche più che contenutistiche. Il ragazzo e l’airone non è un film perfetto. Ha picchi strepitosi, ma anche difetti eclatanti e momenti confusi, e manca di quel ritmo nitido che caratterizza i film Ghibli più riusciti. È un film che disorienta perché mette in scena contraddizioni.

Continua a leggere l’articolo su L’Indiscreto.



Artness
Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!

Rimani aggiornato con le tendenze del mercato dell’arte italiano e internazionale

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts




Artness è un progetto di Thetis SRL
Ufficio operativo: Via Oliveti, 110 Centro Direzionale Olidor 54100 Massa (MS) Tel. +39 0585 091214 P.IVA 01020100457
Sede commerciale: Via Mengoni, 4 20121 Milano (MI) Tel. +39 02 40741330
E-mail: info@artness.it


Privacy Policy | Cookie Policy