fbpx

L’intelligenza artificiale sta diventando un nuovo campo di battaglia geopolitico. Dal ruolo dell’IA nella definizione delle narrazioni nazionali e personali, all’innovazione guidata da diversi paesi, questa rivoluzione tecnologica ha importanti implicazioni globali.

La nostra narrazione quotidiana serve a costruire giornalmente una percezione di un sé continuo, e ci serve per rappresentare il mondo come un flusso di avvenimenti più o meno collegati da un fil rouge, salvandoci così dall’accettarlo per quello che invece è: una grandissima accozzaglia di eventi randomici, spesso totalmente scollegati l’uno dall’altro. In questa narrazione, siamo portati come esseri umani a vedere correlazioni forti sulla base di quello che il nostro cervello ci suggerisce essere logico. Ci aspettiamo che qualcosa vada in una certa maniera, e allora stiamo particolarmente attenti a tutti i dettagli che secondo noi ha senso che siano la causa di quel qualcosa che accade.

Qualcuno fuma due pacchetti di sigarette al giorno, e quindi se muore di tumore a quarant’anni è perché i suoi polmoni sono un colabrodo. Se la spiegazione ci appaga, non abbiamo bisogno di collezionare altri dati. Abbiamo già visto precedentemente come le nostre percezioni siano spesso sbagliate, perché fortemente condizionate dai bias insiti nel nostro cervello e nelle nostre culture. Su questo tema, l’intelligenza artificiale ha un grosso vantaggio, che può essere anche un’arma a doppio taglio: non ha un cervello, appunto. Il suo cervello siamo noi – anzi, sono i dati che le diamo in pasto. Per questo, è in grado di creare collegamenti tra dati che per noi risulterebbero totalmente invisibili. Sono i cosiddetti “segnali deboli”.

Esercitando l’intelligenza artificiale su un quantitativo enorme di dati, può venire fuori dunque che tutti i quarantenni morti in un certo intervallo di tempo avevano una particolare abitudine alimentare – mettiamo che tutti mangiassero pomodori verdi fritti – e che quindi è quello, molto più dei pacchetti di sigarette fumati, che determina una morte precoce. O ancora, magari quei morti quarantenni sono concentrati tutti in una particolare regione, dove il gioco dei venti porta ad avere una concentrazione di polveri sottili e inquinamento particolarmente elevati.

Si può dire dunque che l’intelligenza artificiale abbia una sua “creatività”, che non risiede tanto nel software in sé, quanto nei risultati anche molto inaspettati che può produrre.

(…)
In un convegno, una nota imprenditrice italiana che non avrebbe piacere a essere ricordata per questo aforisma, disse: «Quando arriva un’innovazione tecnologica, gli americani ci fanno un business, i cinesi la copiano, e gli europei la regolano».

La citazione non è recentissima, ma lo stereotipo almeno parzialmente è ancora attuale. Già, perché se il senso innato del business è rimasto uno dei capisaldi di quel che rimane delle vestigia del “sogno americano”, e se gli europei non hanno perso un certo gusto per la regolamentazione, è invece da un pezzo che i cinesi si sono smarcati dalla loro fama di meri copycat, costituendo invece un vero e proprio polo di innovazione a sé stante.

Un ring per (almeno) tre

Nella congiuntura mondiale attuale ci troviamo di fronte ai preparativi del match del secolo di boxe. Diciamo che è ancora la fase in cui sfilano i messaggi pubblicitari pre-incontro, e gli allibratori raccolgono le loro scommesse. Il punto è che non si sa esattamente quanti siano i contendenti sul ring. Di sicuro, sono almeno tre.

Da un lato abbiamo gli attuali campioni in carica, gli usa, rappresentati dalla loro regione-campione, la Silicon Valley. La loro proposta è quella in cui the future is private, come annunciava cum magno gaudio Zuckerberg in una conferenza qualche anno fa. Un annuncio coerente con la visione del mondo turbocapitalista che inizia in realtà a scricchiolare nelle convinzioni delle nuove generazioni anche nella sua madre patria. Il manifesto che vi sottende è chiaro: buttiamo fuori dalla stanza dei bottoni tutte le tecnostrutture degli Stati-Nazione, con le loro inefficienze, il loro inutile filtro demagogico.

“Fidatevi di noi, e del mercato”, urlano orgogliosi a Cupertino, Mountain View e Palo Alto: d’altronde, avendo comprato i migliori professionisti del mondo pagandoli cifre che il settore pubblico non potrebbe mai permettersi, è normale che si aspettino ora un importante dividendo. La visione di Meta, Apple, Amazon, Google, Microsoft e sorelle è quella di un mondo in cui il potere decisionale risiede nelle corporazioni. In fondo, è un potere almeno implicitamente delegato dal popolo: ci sono più utenti su Facebook (e su Instagram e Whatsapp, che fanno comunque parte della stessa costellazione) che in quasi qualsiasi nazione al mondo. E sono utenti sparsi per il globo: per un armeno, per un messicano o per uno slovacco, le decisioni prese da Zuckerberg hanno spesso un impatto più immediato, e talvolta più profondo, sulla propria vita rispetto a qualsiasi disposizione governativa.

Sicuramente all’angolo opposto rispetto a quello degli usa siede il principale contender: la Cina. I suoi modelli di sviluppo sono nati sulla falsariga di quelli americani, ma si sono poi evoluti in modo totalmente distintivo, tant’è che ora è Zuckerberg stesso a studiare non solo il mandarino, ma anche un modo di tentare di replicare il modello di business di WeChat, per contestualizzarlo nella sua piattaforma.

Nell’Impero di Mezzo la competizione in ambito digitale è recentissima, ma non per questo meno agguerrita. Chi vince, spesso viene acquisito o comunque in qualche modo eteroguidato dal Partito Comunista Cinese, che sceglie con grande attenzione i suoi “campioni digitali” per gonfiarli di steroidi come solo in un’economia diversamente capitalista come quella cinese può succedere. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, qui, è molto più centralizzato, e guidato dagli oltre quattromila incubatori nati sotto l’impulso di Pechino nell’arco di un lustro, oltre che dalla fame di rivalsa di una popolazione che ha dalla sua la prospettiva di diventare la più ricca delle generazioni viventi, a differenza dei Millennials e Gen-Z occidentali che vivono in simbiosi idiosincratica con i Baby-boomers, da cui spesso dipendono economicamente e con cui mai potrebbero competere sul piano del reddito – o, peggio della prospettiva della pensione.

Sul ring c’è spazio anche per almeno un outsider: l’Europa. Sebbene quasi priva di unicorni, le startup valutate più di un miliardo di dollari, e con un ecosistema imprenditoriale ben più arretrato digitalmente che nel resto del mondo – anche per l’età media del Continente, ora vecchio non solo nell’accezione storica, ma anche dal punto di vista demografico – l’Europa ha ancora voglia di dire la sua. Il suo apporto non è sui grandi numeri, ma è importantissimo da un punto di vista del bilanciamento e della mediazione tra i due poli succitati. Il modello che Bruxelles propone è quello di uno sviluppo tecnologico in ambito intelligenza artificiale molto più antropocentrico, che punta tutto sull’affidabilità, declinando gli obiettivi di sostenibilità (sdg, Strategic Development Goals) anche in quest’ambito. Se da un punto di vista delle capitalizzazioni il ruolo europeo è marginale, il riscatto può essere sulla prospettiva morale, dove il proverbiale ruolo “regolatorio” dell’Europa può riprendere il famoso meden agan, il “nessun eccesso” di Delfi.

L’ultimo angolo rimasto – ipotizzando un canonico ring quadrato – è quello “di servizio”, che ragionevolmente nel momento storico in cui scriviamo risulta assegnabile alla Startup Nation per eccellenza, Israele, e più diffusamente al popolo ebraico. Nonostante le controversie geopolitiche che li riguardano, il loro ruolo nel campo dell’innovazione è sempre stato preponderante in ogni epoca storica [EP1] – basti ricordare che quasi un quarto dei premi Nobel è stato assegnato a ebrei – e pare proprio che la rivoluzione digitale sia destinata a non fare eccezione.

Il ring potrebbe però anche assumere forme di poligoni con un numero maggiore di lati. Nei prossimi decenni è infatti probabile si affaccino altre economie sulla ribalta internazionale, e non necessariamente solo quelle con i redditi pro-capite più alti. È legittimo pensare che un ruolo importante in queste evoluzioni lo giochi l’età media dei singoli Paesi, per cui anche una nazione con enormi problemi logistici e di governabilità come l’Indonesia, o in Africa l’eterna promessa della Nigeria, potrebbero giovare di un’accelerazione importante in questo settore, e imporre alcune delle loro soluzioni su scala globale.

Non è detto infatti che vinca un unico modello, anzi. Sebbene la lotta per la spartizione dei dividendi più importanti della nuova economia sarà aspra, si può ragionevolmente ipotizzare che nel complesso convivranno più modelli contemporaneamente. Nella coda lunga ci saranno spazi per nicchie anche molto remunerative, ma è chiaro che il fenomeno che abbiamo visto accelerare nel mondo capitalista, ovvero un progressivo accentramento di poteri e denari nelle mani di pochi grandi player globali, pare essere il più verosimile anche in quest’ambito.

La vera novità, però, è che per la prima volta, gli assi-pigliatutto potrebbero non essere necessariamente americani.

Shanzhai, lo spirito della copia digitale à la Robin Hood cinese
Una buona prima introduzione al concetto di innovazione cinese applicata al XXI secolo viene dall’analisi del fenomeno del cosiddetto shanzhai. Shanzhai significa letteralmente “villaggi di montagna” e deriva dal gergo cantonese che indicava fabbriche mal funzionanti, mal attrezzate e a conduzione familiare, e indica oggi in maniera spesso parodistica un certo modo grottesco di contraffare marchi e prodotti che si ritrova talvolta nel mondo asiatico, e in Cina in particolare. Il concetto di shanzhai si applica a prodotti provenienti da settori molto diversi: può essere applicato a marchi rivisitati come Obama Fried Chicken, StarFucks, Cavern Kernel e Hike, o ancora in ambito informatico Gooje, che addirittura osa scimmiottare Google in un paese in cui non gestisce le sue operazioni. O che dire per esempio di Geely (che suona come “fortunato” in mandarino), uno dei marchi automobilistici locali, che sembra aver preso almeno un po’ di ispirazione dai modelli già esistenti sul mercato occidentale, tipo Volvo e Lotus? Il motivo per cui lo shanzhai è possibile in Cina è che è praticamente impossibile citare in giudizio le società locali sul mercato interno.

Ma ci sono anche ragioni più nobili, quasi ideologiche. Almeno come facciata, insomma.

A Shenzhen, la patria della tecnologia dell’informazione – sia software che hardware – il concetto di shanzhai è usato per riferirsi a copie funzionali ma molto più economiche dei prodotti originali. Qui si possono trovare facilmente degli iPhone di ultima generazione a cento dollari, ottenuti montando gli stessi elementi che utilizza Apple e abbattendo tutti i costi di design e proprietà intellettuale. Allo stesso modo, frugando tra gli scaffali dello HuaQiangBei market, il centro dell’hardware a buon mercato di Shenzhen, si potranno scovare meraviglie tecnologiche come l’ultimo modello di PolyStation. Giudicato con il metro morale cinese, questo approccio di copia sistematica è un processo di democratizzazione. Chi copia in Cina si sente un Robin Hood dell’era digitale: ruba ai ricchi – le grandi multinazionali – per dare ai poveri – i piccoli artigiani dell’informatica che vendono i loro prodotti ai lavoratori che non avrebbero mai i soldi per comprare il prodotto originale. In un documentario che è diventato virale online, un imprenditore del Guangdong afferma:

Le innovazioni non sono proprietà di nessuno. Le innovazioni appartengono all’umanità. Se qualcuno inventa qualcosa, dovrei restare a guardare, ignorando l’invenzione per decenni solo perché qualcuno ha pagato un avvocato per tutelare il fatto che sia arrivato prima? Se le grandi aziende spendessero la stessa quantità di tempo e denaro che hanno investito negli uffici legali per proteggere le loro invenzioni, investendo quei soldi in nuove ricerche, la velocità con cui innoveremmo a livello globale sarebbe molto maggiore

Un manifesto piuttosto audace, e che ovviamente fa molto discutere, visto da una prospettiva occidentale, ma che in Cina rappresenta la maggioranza delle posizioni etiche.

Tuttavia, il fenomeno dello shanzhai, che nei primi anni Duemila valeva circa un decimo dell’intero mercato telefonico cinese (uno smartphone su dieci era shanzhai) si sta ora drasticamente riducendo, sia per l’aumento della disponibilità economica della classe media, sia per la repressione voluta da Xi Jinping sul tema della contraffazione in nome del soft power. E anche perché è probabile che presto, soprattutto dal punto di vista tecnologico, le migliori marche sul mercato saranno quelle cinesi. Capire come questo possa succedere è uno dei passaggi logici fondamentali per poterci addentrare in questo secolo in maniera consapevole.

Il secolo delle umiliazioni e il “momento Sputnik”

A livello di digitalizzazione, il raggiungimento di un tasso di penetrazione così elevato nel sistema cinese è avvenimento molto, molto recente, frutto di pianificazione da parte del Partito, insieme a qualche momento topico fortuito. Uno degli spartiacque decisivi è stato indubbiamente l’intuizione da parte del team di WeChat dell’aggiunta di una precisa funzionalità all’app: la possibilità di inviare digitalmente le famose “buste rosse” con cui ci si scambiano da secoli gli auguri – e, con essi, del denaro – per il nuovo anno cinese. Questa nuova opzione, introdotta in occasione del capodanno cinese del 2014, diede una spinta enorme alla digitalizzazione dei portafogli cinesi – e infatti fu recepita malissimo da Jack Ma, autore dell’altro grande sistema di pagamento digitale, Alipay, di Alibaba. La conseguente corsa di Alipay a questo mercato in forte crescita, in concorrenza proprio con WeChat, contribuì fortemente al radicamento della pratica nel mercato cinese, che avvenne con modalità non sempre molto trasparenti: per vincere uno dei mercati più resistenti al cambiamento, quello dei tassisti, totalmente dipendenti dal contante, le piattaforme di pagamento arrivarono a spendere diverse centinaia di milioni di dollari in sconti e corse gratis, che crearono anche occasioni di truffe tra tassisti e passeggeri che si accordavano per far risultare corse in realtà mai avvenute.

Ma forse uno dei momenti a livello simbolico più importanti, che attivarono poi la vera corsa all’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale, fu la vittoria dell’intelligenza artificiale AlphaGo – sviluppata da Google DeepMind – nel 2016 sul campione mondiale di Go, un gioco tipico della tradizione cinese considerato a livello computazionale estremamente più complesso degli scacchi – un altro gioco su cui a lungo si è concentrata la gara per creare l’intelligenza artificiale più forte, poi conclusasi con l’affermazione di ibm. Per intenderci, il gioco del Go prevede un numero di mosse possibili superiore al numero di atomi nell’universo. Quella vittoria di matrice interamente americana in un gioco così smaccatamente asiatico fece riattivare una sorta di “momento Sputnik” per la Cina, il cui ricordo del “secolo delle umiliazioni” era – ed è – ancora così vivo.

Continua a leggere l’articolo su L’Indiscreto.



Artness
Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!

Rimani aggiornato con le tendenze del mercato dell’arte italiano e internazionale

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts

Arte e neuroscienze

Per quanto non abbiano gli stessi obiettivi, gli approcci riduzionisti degli scienziati e degli artisti presentano interessanti analogie…




Artness è un progetto di Thetis SRL
Ufficio operativo: Via Oliveti, 110 Centro Direzionale Olidor 54100 Massa (MS) Tel. +39 0585 091214 P.IVA 01020100457
Sede commerciale: Via Mengoni, 4 20121 Milano (MI) Tel. +39 02 40741330
E-mail: info@artness.it


Privacy Policy | Cookie Policy