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L’arte di Lucio Fontana ha un ingrediente fondamentale: l’idea dell’assenza. È un concetto presente anche nella filosofia strutturalista, e non è un caso che sia stato esplorato dopo le tragiche esperienze belliche della seconda guerra mondiale.

C’è un principio della filosofia strutturalista che si chiama “casella vuota”. L’ha chiamato così il filosofo francese Gilles Deleuze in un suo libro del 1969 e in sostanza serve a ribadire una cosa un po’ strana, quasi controintuitiva, cioè che le “assenze” sono importanti tanto quanto le presenze.

Un esempio? Un mio professore dell’università amava questo esempio: immaginiamo una signora che si è addormentata in un capanno su cui batte una pioggia incessante, le gocce cadono sulla lamiera del tetto senza smettere, creando un tappeto sonoro continuo, ma lei dorme comunque profondamente. Poi, di colpo, la pioggia smette. Così, lei viene svegliata. Cosa è stato? Cosa l’ha svegliata?

L’assenza di un rumore, ecco cosa. Ma davvero un’assenza può manifestarsi come una presenza? Possiamo “sentire” un’assenza? La risposta è sì, e per chi non fosse convinto dall’esempio della signora che dorme nel capanno c’è un esempio più crudele ed efficace: basta immaginare di perdere un proprio caro. Ecco fatto.

È questo che intendeva Gilles Deleuze quando descriveva l’importanza della casella vuota. Lo strutturalismo è una corrente filosofica secondo cui ciò che conta è la posizione degli elementi del mondo, ma non si tratta di una posizione fisica, nello spazio geografico del mondo, ma nelle strutture invisibili, come le società, i saperi, i linguaggi e così via: non conta tanto ciò che occupa un posto nel mondo, ma conta il posto in sé. Ecco un esempio pratico: potremmo dire che non conta chi fa la guardia carceraria, conta quella posizione, quel ruolo, quella “casella” della società.

Da lì, da quella posizione nella struttura sociale, si ottiene l’identità della guardia carceraria – cioè una delle professioni in cui si tende a usare violenza con più facilità in assoluto, sia verso gli altri (i carcerati) che su se stessi (il tasso di suicidi tra le guardie carcerarie è tra i più alti al mondo). Che la guardia carceraria sia io, Enrico, o un altro non cambia troppo. La casella che occupiamo è ciò che determina i nostri comportamenti .

Quasi contemporaneamente all’uscita del libro di Gilles Deleuze contenente l’idea della “casella vuota” muore Lucio Fontana, l’artista celebre per i suoi tagli sulla tela. Le due cose sembrano completamente slegate, ma è tutto il contrario. Se è vero, come sostiene lo strutturalismo, che ciò che conta davvero per l’identità delle cose sta nella struttura in cui queste sono incastrate, allora questo vale anche per l’arte e per la filosofia. Sia l’arte di Fontana che la filosofia di Deleuze si sono evolute in un contesto storico e culturale (una “struttura”, diciamo) molto preciso: gli anni cinquanta e sessanta del novecento, quelli dell’Europa del boom economico (quello vero) e del dopoguerra solcato da utopie politiche e da un grande fermento culturale, quel fermento che culminerà nel ‘68, che non fu solo parigino, ma, più generalmente, europeo.

Lucio Fontana, Senza titolo (1968). Incisione e litografia a quattro colori

Lucio Fontana nacque in Argentina, era figlio di uno scultore, Luigi Fontana, e apprese il mestiere nello studio di suo padre. Quando si pensa a Fontana la prima cosa che viene in mente sono le sue tele “tagliate”, per questo molti immaginano che fosse un pittore, ma lo fu soltanto in tarda età, quando ormai aveva cinquant’anni compiuti. Solo nei suoi ultimi anni di vita approcciò la pittura. Prima di allora aveva sempre fatto lo scultore.

L’idea di quei suoi tagli nella tela, quelli per cui è diventato famoso in tutto il mondo, è molto simile a quella di Gilles Deleuze, entrambe parlano dell’importanza dell’assenza. I filosofi del linguaggio, che hanno preso tanto dalle idee dello strutturalismo, dicono che qualcosa ha significato se “fa differenza”. Come dire che le cose hanno un senso soltanto in rapporto alla struttura che hanno intorno; la signora dell’esempio di prima, per esempio, si è svegliata per via della differenza tra quando la pioggia batteva sulla tettoia del capanno e quando, invece, ha smesso di colpo. Ciò che conta, ciò che ha avuto significato per lei, non è la pioggia di per sé, né tantomeno la sua assenza, ma la differenza tra le due cose. Solo lì, nella percezione di questo scarto, scatta qualcosa per cui interpretiamo il mondo.

Leggi l’articolo completo su L’Indiscreto, la rivista culturale di Galleria Pananti.

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