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La storia di Benedetta Carlini e Bartolomea Crivelli, suore del convento della Madre di Dio coinvolte in una relazione omosessuale che nessuna delle due seppe riconoscere come tale. E che prese vita grazie a un curioso particolare: un angelo di identità maschile impossessato del corpo di una delle due.

Fu per caso che, durante un lavoro di ricerca per uno studio sul primo granduca di Toscana, Judith C. Brown, scrittrice e storica statunitense focalizzata su Rinascimento italiano e storia delle donne, si imbattè nelle documentazioni del processo a Benedetta Carlini. Mentre sfogliava distrattamente un inventario di documenti ormai dimenticati nell’Archivio di Stato di Firenze, ne trovò alcuni che destarono la sua attenzione, la cui introduzione recitava più o meno così: ‘’Documenti riguardanti il processo contro Sorella Benedetta Carlini di Vellano, badessa dei teatini di Pescia, che si finse mistica, ma di cui si scoprì la vera identità di donna malintenzionata’’.

Incuriosita dalla tematica e dalla durezza delle parole dell’archivista che aveva conservato i documenti, Brown non potè fare a meno di dedicare tutta la sua attenzione ai contenuti di quelle carte, dai quali fu particolarmente sorpresa: non riportavano denunce di rapporti sessuali tra suore e preti che visitavano il convento – allora molto comuni –, bensì circa un centinaio di pagine dedicate alle investigazioni ecclesiastiche risalenti al periodo tra 1619 e 1623, che analizzavano giuridicamente le visioni e le dichiarazioni miracolose di Benedetta Carlini, badessa del Convento della Madre di Dio. Ma non solo: tra le tante cose, le documentazioni scandagliavano la singolare relazione della badessa con un’altra suora, Bartolomea Crivelli.

Il periodo in cui queste documentazioni furono inserite è fondamentale: se fossero state più recenti, le accuse non avrebbero avuto la stessa risonanza, per via delle opposizioni dei Protestanti e per la presenza attiva di alcuni circoli privati di intellettuali a cui interessava rompere in qualsiasi modo gli schemi dell’istituzione ecclesiastica tradizionale. Per questi stessi motivi, tuttavia, Judith Brown dovette dubitare delle faccende riportate: tramite le straordinarie dichiarazioni mistiche, Benedetta attirò l’attenzione di un enorme pubblico, pertanto era facile considerarla come un potenziale pericolo per le autorità ecclesiastiche, che di tutta risposta avrebbero potuto tentare di demolire quella notorietà con la propagazione di false voci sul suo conto. Ciò che poteva confermare la veridicità di questo caso però era proprio la matrice delle accuse: se le autorità avessero solo voluto distruggere la figura pubblica di Benedetta, sicuramente sarebbe stato più semplice e consueto per loro inventare storie di atti impuri con un uomo, magari un prete frequentato segretamente dalla badessa, una sorta di relazione clandestina e dissacrante. Ma fu così solo in parte.

Dopo un parto faticoso protetto da una grazia divina, Benedetta – nome scelto dal padre in senso letterale – fu sin da piccola destinata a servire Dio come ringraziamento per la Provvidenza. Ebbe una bella infanzia, da lei stessa definita fiabesca, con genitori amorevoli che le garantirono presenza e felicità. Anche per quanto riguarda l’istruzione l’esperienza di Benedetta Carlini fu insolita: durante il Rinascimento era compito delle madri impartire le prime lezioni ai figli, a prescindere dal sesso. Successivamente, raggiunta una certa età, i maschi proseguivano gli studi in appositi istituti, mentre le donne rimanevano in casa e continuavano a studiare sotto la supervisione delle proprie madri. Al contrario, Benedetta fu istruita dal padre, uomo molto devoto, che riuscì ad insegnarle le storie dei santi e le litanie in latino già nei suoi primi sei anni di vita.

Il primo episodio mistico della vita di Benedetta fu spiacevole: un cane dal manto nero, presunto involucro terrestre del demonio, la raggiunse per aggredirla e fu allontanato solo dalle urla spaventate della bambina. Dopo questo episodio, la presenza di Dio nella vita della Carlini si fece tangibile, a dimostrarle che non sarebbe mai rimasta sola: in un giorno di primavera, mentre Benedetta cantava le lodi alla Vergine, si accorse di un usignolo che cinguettava imitando la sua melodia. La bambina chiese all’usignolo di smettere e il volatile l’ascoltò, poiché in lui era incarnato un ‘’angelo servitore di Dio’’ mandato a lei per protezione, che lei stessa allontanò quando dovette entrò nel primo convento all’età di nove anni.

Nel 1613, appena ventitreenne, Benedetta cominciò a raccontare al padre confessore e alla Madre Superiora delle prime visioni, in cui era sottintesa la richiesta divina di abbandonare i piaceri materiali per avvicinarsi concretamente all’infinita bontà del Celeste. Le visioni diventarono man mano sempre più intense, tanto da suscitare grande sospetto da parte di chi poteva testimoniarle: in quel periodo storico le visioni delle mistiche di sesso femminile erano indagate con estrema puntigliosità, poiché le donne erano considerate deboli, pertanto più facilmente inclini a cedere a seduzioni di natura sinistra. Paradossalmente, la presunta debolezza di queste donne era anche il mezzo più diretto per un autentico e intimo rapporto con Dio.

Quando Benedetta chiese aiuto al padre confessore, fu lui a consigliarle di dubitare di qualsiasi tipo di visione e di chiedere a Dio di mandarle sofferenza anziché visioni, ricevendo conseguentemente ostacoli sia fisici che immateriali che le avrebbero consentito di definire meglio le energie che costituivano le sue esperienze mistiche. Questo confermò, secondo le credenze del tempo, la natura divina delle sue visioni. Si ammalò poco tempo dopo, assicurandosi un posto nel cammino che – come molte altre sante e mistiche prima di lei – l’avrebbe resa santa. Le visioni cessarono fino al 1617, ma Benedetta rimase sola nel suo profondo dolore, considerato inguaribile dai medici che provarono ad aiutarla.

Fu nel mezzo di questo insopportabile tormento intriso di visioni di matrice opposta a quelle che ebbe nei primi anni in convento, allora molto meno spettrali e distruttive, che conobbe Bartolomea Crivelli. La giovane suora le fu assegnata per sostenerla durante le lunghe battaglie con il demonio, che duravano più di sei, sette ore al giorno, e durante le quali il dolore non si limitava alla sfera spirituale, ma si estendeva anche a quella corporea. Le due donne, per misura cautelare adottata dal convento, condivisero la cella, cosicché Bartolomea potesse tenere d’occhio Benedetta in qualsiasi momento della giornata.

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